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2011-08-07 19:40:47 Fonte

Tecniche ermeneutiche

L’interpretazione delle disposizioni legislative fa capo a diverse figure operatori giuridici, di cui i più importanti sono certamente il legislatore, il giudice e il giurista teorico. Ad essi si aggiungono anche i rappresentanti e i funzionari delle pubbliche amministrazioni, alcune categorie di liberi professionisti come gli avvocati o i notai e gli stessi privati nell’esercizio della loro autonomia negoziale.

Ciò significa che ogni operatore giuridico compie, necessariamente, un’attività interpretativa e, parallelamente, ogni tipo di attività giuridica include degli atti ermeneutici. Il fatto che ci siano più soggetti giuridici dediti all’interpretazione non significa dire che non esistano più tecniche interpretative, distinte comunque tra loro. L’art. 33 della Costituzione Italiana sancisce la libertà della scienza e dell’insegnamento ed è un principio che fa cogliere l’importanza dell’interpretazione come attività intellettuale, culturale in primis e successivamente come regole giuridiche. Se queste però sono controverse, mentre al giurista è aperta la continua possibilità di elucubrare a livello teorico e di poterla lasciare aperta, al giudice non può né deve offrirsi questa ipotesi, perché egli deve risolvere la questione che si trova di fronte, deve provvedere a renderla definitiva quando si tratti di ultimo grado di giudizio. Una delle regole più indicative concernenti l’applicazione giudiziaria della legge è il divieto delle pronunce di “non liquet”, presente nella maggior parte degli ordinamenti come ad esempio il Code Civil francese, che stabilisce che il giudice è ritenuto responsabile qualora dovesse rifiutarsi di emettere una sentenza. In realtà tale concetto era già stato espresso nel Code Napoléon e statuisce che: «Le juge qui refusera de juger, sous prétexte du silence, de l’obscurité ou de l’insuffisance de la loi, pourra être poursuivi comme coupable de déni de justice». Tale concetto è anche espresso nel Codigo Civil spagnolo in cui all’art. 1 comma 7 dispone che: « Los Jueces y Tribunales tienen el deber inexcusable de resolver en todo caso los asuntos de que conozcan, ateniéndose al sistema de fuentes establecido». Ogni comportamento sociale può e deve essere valutato dal giudice, traendo la regola di riferimento dall’analogia o dai principi generali, così come previsto ad es. nell’ordinamento italiano al’art. 12 delle preleggi; l’obbligo del giudice di decidere le controversie che gli vengono sottoposte è legato al conseguente potere di fissare il precetto giuridico applicabile, anche quando manchi una chiara ed univoca disposizione. Quando il dettato normativo si presenta lacunoso, vago od impreciso, il giudice stabilisce comunque quali siano gli argomenti interpretativi cui dare prevalenza, fornendo una motivazione nella sua pronuncia, che ha sempre valore autoritativo, in relazione alla fattispecie considerata. Le tecniche ermeneutiche di cui il giurista in senso lato si avvale sono caratterizzati dalla logica e dall’arte dell’argomentazione giuridica, oltre che, naturalmente, dalla regolamentazioni delle disposizioni di legge. Oltre ai criteri interpretativi, presenti anche nel succitato art. 12, cioè letterale e secondo l’intenzione del legislatore, l’interprete nella realtà tende a riferirsi ad altri criteri generali come il sistematico e lo storico. Pur mantenendo la sua autonomia operativa, la norma deve essere inquadrata secondo un criterio sistematico che en permetta il coordinamento assieme ad altre, in modo da dare un assetto organico e funzionale; inoltre essa deve essere interpretata anche seguendo un adeguamento ai tempi, visto che essa è il risultato di un sentire sociale e, come tale, mutevole nel tempo. Perché una norma possa dirsi viva, deve essere attuale e soprattutto è bene conoscerne l’origine, per avere consapevolezza del mutamento intervenuto nel corso del tempo, che ha operato modificazioni nel sentire della comunità, cambiando gli orientamenti politici o gli interessi sociali sopravvenuti. Per tale motivo, è opportuno operare nell’interpretazione legislativa, con un criterio teso a specificare la portata della norma e dello scopo che s’intende perseguire, che non è unicamente quello del legislatore dunque, bensì quello evinto nel momento dell’interpretazione stessa, secondo il moderno momento storico al fine di tutelare al meglio il bene giuridico protetto cui ci si riferisce.


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